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Pacemaker

Un pacemaker senza batteria!

È stato sviluppato dai ricercatori del Georgia Institute of Technology, e sperimentato dal vivo si è dimostrato capace di correggere un’aritmia su un organo di maiale.

Oggi milioni di persone in tutto il mondo affidano la propria vita a un pacemaker. Un piccolo dispositivo impiantabile che aiuta il cuore a mantenere il suo giusto ritmo, in caso sia a rischio a causa di malattie o disturbi cardiaci.

La novità arriva da uno studio appena pubblicato su Nature Communications da un team di ricercatori del Georgia Institute of Technology: un pacemaker senza batteria che come un orologio automatico, raccoglie l’energia necessaria al suo funzionamento dai nostri movimenti. O più specificamente, in questo caso, dagli stessi battiti del cuore che aiuta a regolare.


Tutte le batterie, prima o poi, si consumano

Un pacemaker è un concentrato di tecnologia del peso di soli 21 grammi. Pur essendoci stati passi da giganti il principale problema da risolvere è la durata della batteria, vero limite di questa tecnologia.

Ad oggi i dispositivi più comuni durano in genere dai 5 ai 7 anni ma alcuni prototipi sembrerebbero arrivare a 15. Ecco perché, lo sviluppo di un pacemaker in grado di autoalimentarsi, potrebbe mettere fine al problema evitando cosi al paziente di  sottoporsi a un nuovo intervento che, seppur meno invasivo di quello con cui viene inserito inizialmente il dispositivo, non è comunque privo di insidie e fastidi.

Energia per sfregamento

Per produrre l’energia necessaria al suo funzionamento, il pacemaker sfrutta un cosiddetto “nanogeneratore triboelettrico”: una tecnologia basata sulla possibilità di generare elettricità strofinando tra loro materiali differenti.

Qualcosa di simile a quanto avviene quando carichiamo di elettricità statica un oggetto strofinandolo tra le mani. Nel caso del pacemaker, ogni battito cardiaco provoca lo sfregamento tra due pellicole sottilissime impiantate attorno all’organo, e produce una piccola quantità di energia elettrica, sufficiente però per rispondere a tutti i bisogni energetici del pacemaker.

L’esperimento

Nel loro studio, i ricercatori hanno sperimentato il dispositivo impiantandolo su un cuore di maiale, dimostrando che allo stato attuale è già in grado di alimentarsi autonomamente, con precisione ed efficienza sufficienti a correggere un’aritmia sinusale di cui soffriva l’animale.

Nonostante il successo, sono gli stessi ricercatori a ricordare che serviranno probabilmente anni di lavoro per arrivare a sperimentare questa tecnologia sugli esseri umani. E bisognerà riuscire a ottimizzare notevolmente la procedura, perché attualmente il dispositivo deve essere impiantato con un intervento a cuore aperto, ben più invasivo e rischioso di quelli utilizzati per inserire un normale pacemaker.

Migliorando la tecnologia, o magari spostando l’unità che produce elettricità su qualche altro muscolo del corpo, meno essenziale e protetto del cuore, i ricercatori sono comunque sicuri che la loro invenzione si rivelerà all’altezza delle aspettative, e in futuro alimenterà una nuova generazione di dispositivi bioelettronici “simbiotici”, perfettamente integrati con l’organismo umano, e capaci di generare da sé l’energia di cui hanno bisogno.

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